PLASTAR SA : IL FRANCO FORTE COME STRUMENTO DI DUMPING SALARIALE!

La decisione della Banca Nazionale Svizzera (BNS) di non più difendere il tasso di cambio fisso tra CHF e Euro a CHF 1.20 per 1 €, ha accelerato ulteriormente la deriva nel mercato del lavoro ticinese, nell’industria ma non solo. Infatti, a sole tre settimane dall’abbandono della soglia minima di cambio, diverse imprese già pretendono di essere in crisi, con un crollo del fatturato e del lavoro. La verità, è che queste vogliono scaricare sulle lavoratrici e sui lavoratori il “rischio aziendale” derivante dalle variazioni del corso di cambio valutario, salvaguardando così il loro margine di profitto.

Per raggiungere questi obiettivi, diverse imprese hanno buttato nel cestino contratti collettivi di lavoro (CCL), contratti normali di lavoro (CNL), varie leggi e trattati internazionali. Alla faccia della responsabilità e del partenariato sociali, ormai sempre dei veri e propri miti. Peggio ancora, molte scelte aziendali stanno rivelando, nel concreto, come si instaura e si sviluppa il dumping salariale nel nostro cantone.

 

Un 2014 positivo per gli utili della Plastar SA…

 

Il caso della ditta Plastar SA, di proprietà del Gruppo Fabbri (Svizzera SA), è in questo senso emblematico. La ditta è attiva nella produzione e fabbricazione di materiali per l’avvolgimento di prodotti (film PVC). Dal 1° gennaio 2007, il Gruppo Fabbri (Svizzera) SA ha assorbito per fusione le ditte Waldys SA e Plastar SA (fondata nel 1968), mantenendo attive le due produzioni come Divisione macchine Waldys e Divisione film Plastar. Nel 2013, la Waldys chiude e resta solo Plastar che continua a produrre film per imballaggi.

La Plastar SA ha aderito al contratto di lavoro dell’industria metalmeccanica ed elettrica. Nonostante le richieste dei lavoratori, la ditta (e il gruppo di riferimento), hanno rifiutato di adeguare i salari ai nuovi minimi, avvalendosi della facoltà di usare il periodo di transizione fino al 2018, momento in cui la ditta dovrà rispettare tutti i vincoli del CCL.

Secondo le informazioni in nostro possesso, negli ultimi mesi del 2014, la Plastar SA ha aumentato la produzione, a tal punto che i dipendenti hanno dovuto prestare delle ore straordinarie. Sembra pure nel 2014, la ditta abbia conseguito un buon margine di utile ed elevato la produttività.

 

… un 2015 da incubo per i suoi dipendenti

 

Il 23 gennaio, le maestranze della Plastar SA subiscono una doccia fredda: riuniti in assemblea, la direzione informa di come la situazione sia diventata critica. Hanno fatto ore straordinarie fino alla fine dell’anno e adesso la situazione è diventata critica, nel giro di qualche settimana? Molto strano… Il peggio deve ancora venire. La soluzione della direzione per sopperire a questa “situazione critica” è brutale: a tutti i dipendenti – produzione e amministrazione – è sottoposto un accordo individuale che prevede una decurtazione del salario del 15% per i frontalieri e il 5% per i residenti, per un periodo limitato di 6 mesi, a partire dal 1° febbraio 2015. Naturalmente, nessuno può garantire che una volta scaduti i 6 mesi, la direzione non proponga di continuare con questa drastica misura. Per “convincere” le maestranze a firmare l’accordo, è stata ventilata l’ipotesi di chiudere la fabbrica…

La misura è pesante per il singolo dipendente, soprattutto frontaliere. Infatti, attualmente la paga oraria è di 14,50 CHF/ora. Se calcoliamo che mensilmente devono essere eseguite da contratto 173 ore, il salario mensile base di 2500 franchi. Una decurtazione comporta quindi una perdita mensile di 375 CHF, i quali moltiplicati per 6 mesi provocano una perdita secca di 2’250 franchi, ai quali vanno aggiunti la perdita di 1’250 CHF di 13° salario, per un totale di 3’500 franchi!

 

Le leggi e i diritti dei lavoratori? Quisquiglie…

 

Con questa decisione, la Plastar SA ha violata una serie di leggi e contratti. In primo luogo, ha violato in maniera flagrante l’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALCP). Infatti, l’articolo 2 di tale accordo e l’articolo 9, capoverso 1 dell’Allegato 1. Quest’ultimo riferimento giuridico stabilisce che «Il lavoratore dipendente cittadino di una parte contraente non può ricevere sulterritorio dell’altra parte contraente, a motivo della propria cittadinanza, un trattamentodiverso da quello riservato ai lavoratori dipendenti nazionali per quantoriguarda le condizioni di impiego e di lavoro, in particolare in materia di retribuzione,licenziamento, reintegrazione professionale o ricollocamento se disoccupato». Nessuna ragione economica, come per esempio le variazioni del corso di cambio, può giustificare tali discriminazione. L’accordo della Plastar è dunque illecito in quanto in quanto le disposizioni dell’accordo sulla libera circolazione sono state violate. Naturalmente, tutto ciò non sembra importare alla direzione della Plastar SA… Questo articolo mira a ridurre la messa in concorrenza fra lavoratori residente e lavoratori frontalieri. Vuole quindi essere un freno alla sostituzione do forza lavoro frontaliera a “buon mercato” con forza lavoro residente. È palese, che la scelta della Plastar SA opera nel senso inverso. Infatti, perché la ditta dovrebbe tenere dei lavoratori residente quando può avvalersi di lavori frontalieri che le costano il 10% in meno? La Plastar Sa ha dato così una dimensione estremamente concreta del processo di dumping salariale, ossia spingere al ribasso i livelli salariali.

La Plastar SA, come altre imprese, ha pure calpestato il Codice delle obbligazioni, più precisamente l’articolo 324, il quale vieta di ripercuotere il rischio d’impresa sul personale. Si tratta di una disposizione imperativa che non può essere modificata né attraverso un contratto di lavoro individuale, né attraverso un CCL. È ciò che giustamente succede quando il corso del cambio può peggiorare le prospettive economiche di un’impresa. Il padrone deve assumere in anticipo gli effetti delle fluttuazioni del cambio che fanno parte del rischio d’impresa. È il datore di lavoro che deve sopportare il rischio d’impresa. Non ha il diritto di trasferire questo rischio sulle spalle dei lavoratori. Al contrario degli azionisti, i lavoratori non partecipano ai guadagni dell’impresa. Non devono perciò neppure il rischio d’impresa. Anche in questo caso, la Plastar Sa scarica bellamente tutti i costi sul personale, infrangendo la legge.

 

AITI, se ci sei batti un colpo…

 

In conclusione, la Plastar SA può essere tranquillamente annoverata fra le ditte che fomentano il dumping salariale e il non rispetto delle leggi e dei diritti dei lavoratori. A questo proposito, interpelliamo indirettamente il direttore dell’Associazione delle industrie attive nel cantone Ticino (AITI), il signor Stefano Modenini. Infatti, il Gruppo Fabbri è membro dell’AITI dal 1976. Il direttore Modenini ha sempre affermato che i casi da noi denunciati erano “vecchi”, già conosciuti. Ma mai risolti. Il caso della Plastar SA / Gruppo Fabbri è freschissimo. Molti altri sono arrivati. Altrettanti seguiranno. La nostra domanda è molto semplice: quali sanzioni prenderà l’AITI nei confronti di un’impresa associata che non rispetta le leggi? Per ogni caso che pubblicheremo, ripeteremo la domanda all’AITI e al suo direttore.