Ilapak: un modello di rilancio industriale…

Il gruppo Ilapak è uno dei maggiori a livello mondiale per quanto riguarda la produzione di macchine automatiche per il confezionamento alimentare. Dal 2010 è membro dell’Associazione Industrie Ticinesi (AITI). Il gruppo è stato fondato nel 1970 a Londra da Roger Levy. Nel 1973 inizia a espandere la sua rete di vendita in Europa, attraverso la Ilapak Europe con sede a Milano. Nel 1977 è costituita la Ilapak Holding SA a Montagnola. Nel 1985, è costruito il nuovo edificio a Lugano che ospita la sede del gruppo e l’unità di produzione. Nel 2010 Ilapak celebra i 40 anni di storia e apre un nuovo centro d’eccellenza a Grancia. L’impianto, di quasi 8000 mq, nascerà dall’integrazione di due unità produttiva: l’attuale, specializzata in macchine orizzontali per prodotti freschi in atmosfera modificata e una nuova dedicata a macchine e sistemi d’imballaggio primario flowpack. Nel 2013, la famiglia Levy cede, prima, il 40% e, subito dopo, il 51% della Transworld Packaging Holding (Twp), holding attraverso la quale la stessa famiglia Levy controlla l’insieme del gruppo Ilapak, alla concorrente bolognese IMA SpA (Industrie Macchine Automatiche SpA). L’accordo prevedeva che il pagamento da parte di IMA SpA di 9 milioni di euro, sottoforma di capitale azionario e di un prestito obbligazionario convertibile.

 

Nell’immediato il gruppo italiano si trovava a controllare il 40% del capitale azionario della Twp e, una volta convertito il prestito, la quota sarebbe salita al 51%. Inoltre, l’accordo prevedeva la possibilità di esercitare un diritto d’opzione per l’acquisto di un altro 30% del capitale azionario della Twp, per un totale pari all’81%. La Twp avrebbe usato i 9 milioni di euro per ricapitalizzare la Ilapak International SA, ossia la principale realtà operativa del gruppo Ilapak, in crisi finanziaria da alcuni anni.

 

Nel marzo del 2014, IMA annuncia di aver fatto valere la sua opzione, acquistando il pacchetto addizionale par al 30% del capitale azionario del gruppo Ilapak, controllando così ben l’81% del totale. Inoltre, il gruppo bolognese si è riservata il diritto di acquistare il residuo 19% nel corso degli esercizi 2017 o 2018. L’acquisto del 30% delle azioni è stato, questa volta, molto più elevato rispetto a quanto speso per controllore il pacchetto di maggioranza: 22,750 milioni di euro.

 

Il gruppo Ilapak era in crisi almeno da inizio 2010. Come si spiega, dunque, l’interesse dimostrato dall’IMA nei confronti di questo gruppo? La risposta è assai semplice. A partire dal 2011, il gruppo Ilapak ha varato un “business plan” per rilanciare la redditività della sua attività. Un obiettivo raggiunto, come lo conferma Alberto Vacchi, presidente e amministratore delegato di IMA, quando afferma che «è con grande piacere che abbiamo accoltogli ottimi risultati in termini di fatturato e redditività raggiunti dal Gruppo Ilapak nel primo anno di ingresso nel gruppo IMA. Abbiamo pertanto ritenuto opportuno anticipare al primo semestre 2014 l’acquisizione di un’ulteriore quota di partecipazione» (IMA, comunicato stampa, 4 febbraio 2014). Il “grande piacere” è solo di Vacchi e degli azionisti dell’IMA e della Twp… Infatti, buona parte della ritrovata redditività del gruppo Ilpak è stata ottenuta attuando una politica aziendale incentrata su un innalzamento brutale del tasso di sfruttamento al quale sono stati sottoposti le lavoratrici e i lavoratori a partire dal 2011. Vediamo nel dettaglio il miracolo del rilancio dei profitti di Ilapak.

 

O accetti una riduzione di salario o te ne vai…

 

Nel 2011, i dipendenti di Ilapak International SA di Grancia erano ancora un’ottantina. Fino a questa data, i residenti impiegati rappresentavano una buona parte del personale totale impiegato. A metà 2011, la strategia di riduzione dei costi si delinea chiaramente. L’obiettivo di fondo è quello di sostituire la forza lavoro residente con quella frontaliera al fine di comprimere al massimo i costi salariali. Ad agosto, a tutti i dipendenti è stato sottoposto un accordo per la riduzione temporanea di salario (vedi allegato). La giustificazione ufficiale: per garantire la difesa dei posti di lavoro a causa del franco forte bisogna fare degli sforzi e, quindi, accettare la riduzione salariale. L’entrata in vigore dell’accordo è avvenuta il 1° settembre 2011 e la sua durata è stata fissata fino al 31 agosto 2012. Lo schema dell’accordo era strutturato sulla differenza “frontalieri / residenti”, come si può vedere dall’allegato.

 

Inoltre, la trasformazione dell’accordo in un’integrazione al contratto di lavoro (vedi allegato), prevedeva che le prime eventuali 8 ore di ore straordinarie svolte nei giorni feriali non sarebbero state pagate con la maggiorazione del 25%.

 

Sulla base dei dati raccolti dal sindacato UNIA, risulta che almeno 10 dipendenti residenti sono stati licenziati per aver rifiutato l’accordo, mentre sono almeno 7 i frontalieri mandati a casa per la stessa ragione.

 

Mentre al personale veniva applicato questo pesante politica di riduzione dei salari, i top managers della Ilapak International SA elaboravano simultaneamente un piano di licenziamenti. In un email del 27 dicembre 2011, Andrea Zuccheri, membro del consiglio d’amministrazione della Ilapak International SA, scriveva al dirigente Sergio Pagani il seguente messaggio: «Il decentramento produttivo presso le officine italiane sopracitato, la delocalizzazione produttiva in Cina, il leggero calo dei volumi di vendita per il 2012, fa sì che anche le ore interne di montaggio previste per il 2012 si andranno a ridurre. Di seguito le azioni previste: riduzione ed annullamento, se possibile, delle ore di lavoro straordinarie per attività di montaggio, con evidente beneficio anche sul conto economico; sostituzione del personale diretto interno a maggiore costo aziendale. Occorre individuare le risorse attualmente in forza in IMA che al montaggio hanno il maggiore costo aziendale. Tra queste vanno individuate le risorse per le quali sarà possibile una sostituzione con nuovo personale assunto con contratto al minimo costo cantonale. (…) Occorre purtroppo intervenire sul costo diretto attraverso anche la sostituzione del personale esistente.» (vedi allegato). In sintesi: mentre le maestranze del gruppo Ilapak accettavano una pesante decurtazione salariale per salvaguardare il futuro della produzione, la direzione del gruppo elaborava un piano di tagli dei posti di lavoro da attuare successivamente. Una politica che la dice lunga sulle teorie padronali del tipo “siamo tutti sulla stessa barca” e “sulla simmetria dei sacrifici”…

 

Appena terminato l’accordo relativo alla decurtazione salariale provvisoria, ossia a fine agosto 2012, la direzione di Ilapak International SA, quale ringraziamento della concessione profusa dalle maestranze, si è immediatamente attivata per rendere tale accordo perenne… Nel mese di novembre 2012, la direzione della ditta ha sottoposto ai dipendenti con i salari più elevati una “disdetta con riserva di modifica del contratto di lavoro” (vedi allegato) che comportava una decurtazione salariale di circa il 15%. Detto altrimenti, la Ilapak ha disdetto il vecchio contratto, presentandone uno nuovo con una pesante riduzione salariale. Se il lavoratore rifiutava il nuovo contratto era libero di cercarsi un altro lavoro…

 

Ecco un esempio edificante della realtà che spesso si nasconde dietro il “rilancio della redditività” di un’impresa. A farne le spese sono le lavoratrici e i lavoratori, costantemente sottoposti al ricatto del posto di lavoro e costretti ad accettare continui tagli salariali. Così facendo, la proprietà ha risanato il gruppo offrendolo sul mercato e ricavandone un sostanzioso profitto.

 

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