La ruota dello sfruttamento gira a pieno regime

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Alcar Ruote: quando conta solo il massimo profitto

Altri cinque anni di abusi nei confronti del personale di Alcar Ruote SA, l’azienda con sede a Manno attiva nella fabbricazione, il commercio e la progettazione di ruote per autoveicoli civili e industriali.

A partire dal 1° luglio 2018, e per i prossimi cinque anni, la direzione di Alcar ha imposto – perché al di là delle operazioni di facciata è proprio di imposizione che stiamo parlando – una serie di peggioramenti di natura contrattuale ancora di più inspiegabili nel cotesto congiunturale attuale

La storia non è nuova: già in passato l’azienda si era resa protagonista di una serie di iniziative volte a peggiorare le condizioni di impiego dei propri dipendenti, con il pretesto di presunte difficoltà economiche legate all’andamento del tasso di cambio. Sebbene lo fosse anche in passato, ancora maggiormente oggi, con una situazione stabile dal punto di vista congiunturale e un tasso di cambio più o meno stazionario, quest’operazione risulta oltremodo inaccettabile e merita di essere portata all’attenzione della popolazione.
È stato infatti raggiunto un accordo tra direzione, sindacato OCST e maestranze che prevede il rinnovo di un accordo siglato nel 2015, in occasione dell’abolizione della soglia minima di cambio decisa dalla Banca nazionale svizzera (BNS).
Unia già allora si rifiutò di firmare questi peggioramenti e ancora oggi ha dato battaglia per evitare quest’ulteriore forzatura, che purtroppo però è stata accolta con una manciata di voti ed è entrata in vigore negli scorsi giorni.
In perfetto stile Alcar, questo accordo è stato raggiunto attraverso raggiri e minacce di delocalizzazione di tutta o parte della produzione. Pratiche non nuove al direttore dello stabilimento, il Signor Alpini Walter, che a suo tempo si è reso protagonista di questo genere di ricatti.
L’azienda non sta certo attraversando un periodo di crisi e, nel contempo, non abbiamo oggi una situazione di cambio instabile come quella che nel passato ha generato imposizioni simili anche in altre aziende. Non è un caso che in questo periodo – in un panorama industriale poco ricco di aziende che si distinguono dal profilo della qualità delle condizioni di impiego – Alcar Ruote SA è l’unica azienda che si è permessa di avanzare pretese di questo tipo.
Ma andiamo con ordine; Tra il 2011 e il 2012, a seguito della prima grande crisi del cambio, Alcar impose ai propri dipendenti una serie di peggioramenti di natura contrattuale volti a recuperare le perdite economiche derivanti dal deprezzamento dell’euro.
L’accordo prevedeva a carico del personale il dimezzamento delle indennità per i turni (pari a una riduzione del salario mensile che si aggira mediamente attorno ai 150.00 CHF), la rinuncia a due giorni festivi infrasettimanali pagati (pari a una riduzione del salario di circa lo 0.8%), la rinuncia a 30 minuti di pausa pagata (che corrisponde a una decurtazione salariale tra il 6 e il 6.5%) e l’introduzione di un modello di flessibilità – in realtà elaborato in precedenza – che avrebbe dovuto permettere all’azienda di far fronte in maniera più agevole ai picchi di lavoro stagionali.
Per Alcar queste misure hanno corrisposto ad un risparmio di centinaia di migliaia di franchi, il tutto per permettere – a loro dire – di affrontare una situazione economica particolarmente difficile. In cambio i lavoratori hanno avuto la garanzia – teorica – del mantenimento dei posti di lavoro.
In prossimità della scadenza della prima fase di quest’accordo, la BNS comunica l’abbandono della soglia minima di cambio, fissata allora a 1.20 CHF. A fronte di questa nuova – ma assolutamente preventivabile – situazione Il Signor Alpini affonda nuovamente il coltello e, invece di discutere di un ripristino e un rimborso di quanto concesso dai lavoratori, presenta a questi ultimi ulteriori peggioramenti.
Questa volta però le maestranze non accettano supinamente questa imposizione. Più di una volta viene rigettata in assemblea la proposta di aggiungere ulteriori peggioramenti e la direzione – come da prassi – procede con le solite forme di repressione e minacce, arrivando anche a notificare il licenziamento collettivo a tutti i dipendenti.
Alla fine, dopo mesi di trattative, i lavoratori cedono alle pressioni e siglano un accordo valido fino a giugno di quest’anno. Questa ulteriore deroga prevedeva, oltre alle modifiche citate in precedenza, anche l’introduzione di un modello di correzione verso il basso del salario in funzione dell’evoluzione del cambio. Man mano che il tasso di cambio diminuiva, maggiore diventava la decurtazione del salario, fino a raggiungere un taglio pari al 10.50%!
Tra il 2010 e il 2017, vale la pena sottolineare questo aspetto, la cifra d’affari di Alcar Ruote si è aggirata attorno ai 35-37 milioni di franchi.
Non contento dei notevoli profitti incamerati in questi anni attraverso il crescente e permanente innalzamento del tasso di sfruttamento della forza lavoro, il direttor Alpini rimette sul tavolo nel mese di aprile la richiesta di un rinnovo di quest’accordo.
Una pretesa ingiustificabile sotto ogni punto di vista in un periodo di stabilità del cambio e di situazione aziendale favorevole, che viene però imposta con un’altra subdola e inaccettabile strategia.
A fronte dell’imminente scadenza del contratto d’affitto dello stabile, Alcar si dice disponibile a rinnovare lo stesso per 10 anni unicamente se le maestranze accetteranno di prolungare l’accordo stipulato nel 2015.
In parole semplici, o si accettano altri 5 anni di tagli e peggioramenti contrattuali vari, oppure l’azienda delocalizzerà la produzione e licenzierà tutti i dipendenti. Ma tu guarda…
Fra le altre cose degne di nota, tra le deboli e inadeguate garanzie messe sul tavolo per far digerire quest’ennesimo abuso – oltre all’impegno a non delocalizzare (la ditta, nonostante le minacce, non lo ha fatto quando c’erano difficoltà, non si capisce perché dovrebbe farlo ora che gli affari vanno più che bene) – è abbastanza singolare che l’azienda abbia anche usato il fatto che si sarebbe impegnata a risanare, non a sue spese, lo stabile ormai fatiscente. Quasi come se oggi, per evitare di farsi crollare un tetto sopra la testa (è successo anche questo!), si debba rinunciare a mezz’ora di pausa o si debba accettare una decurtazione dello stipendio quando, ancor più grave, dovrebbe essere assolutamente normale che il “datore di lavoro” garantisca la sicurezza e la salute dei propri dipendenti rispettando null’altro che la legge sul lavoro.
Quando la congiuntura non offre il pretesto per accaparrarsi ulteriori profitti sulle spalle dei dipendenti, bisogna inventarsi nuovi pretesti per costringere i lavoratori ad accettare ciò che in condizioni normali avrebbero rifiutato.
Ed è a queste condizioni e con raggiri di varia natura che Alpini è riuscito a strappare con una risicata maggioranza (8 voti di differenza su 100 lavoratori) un accordo che – sebbene contenga qualche timido miglioramento – di fatto impone pesanti e ingiustificati sacrifici – rendendoli ormai permanenti – a dei lavoratori che già oggi fanno un lavoro tutt’altro che facile e in condizioni a volte discutibili.
Il sindacato Unia ha tentato di far respingere questa manovra, arrivando in una fase addirittura ad essere espulsa dal tavolo delle trattative, e continua la sua battaglia all’interno dello stabilimento.
C’è da chiedersi perché OCST ha deciso di sottoscrivere un furto di questo tipo e cosa ne pensano AITI e Governo di questa situazione. Vogliamo continuare ad avallare queste politiche aziendali – magari incentivandole con qualche agevolazione fiscale – oppure vogliamo finalmente condannare queste derive e promuovere un intervento congiunto a favore di un modello economico diverso? Ad AITI, al Consiglio di Stato, al DFE e agli altri rappresentanti dell’economia la riflessione… noi la nostra scelta l’abbiamo fatta!