2014 Odissea nella Luxury Good … (14.11.14)
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Capita alcune volte che i media nostrani strombazzino con energia l’arrivo in Ticino di grossi gruppi internazionali. I motivi di tanto gaudio vanno dai “mirabolanti introiti fiscali”, alle nuove “occasioni di lavoro per gli indigeni”, fino alla “dimostrazione della capacità di attrazione della piazza economica ticinese nei confronti dei grandi investitori internazionali”. Peccato che spesso la realtà sia molto meno brillante. La capacità di attrazione della piazza ticinese, in molti casi, è data dalla convergenza di alcuni fattori principali: un’infrastruttura efficace, una fiscalità leggera per le società (compresa l’IVA), un’amministrazione snella, una legislazione del lavoro evanescente, un sistema legale accondiscendente nei confronti delle imprese, ecc. Infine, c’è l’aspetto decisivo: l’insieme di questi vantaggi concorrenziali è reso ancora più redditizio dal ricorso al fattore sfruttamento, ossia la possibilità di disporre di forza lavoro frontaliera a basso costo, a salari praticamente italiani. Ovviamente, i profitti sono realizzati a prezzi svizzeri. Una combinazione favolosa: sfruttare i grandi vantaggi del sistema elvetico-ticinese e sfruttare i bassi salari imposti ai frontalieri.
Il caso della Luxury Good Logistics (L.G.L) SA rientra perfettamente in questa casistica. La società appartiene per il 51% direttamente alla multinazionale francese del lusso Kering, controllata dalla famiglia Pinault. Il gruppo francese possiede un’altra società in Ticino: la Luxury Good International (L.G.I) SA, controllata al 100%. Entrambe le due società fanno parte della piattaforma logistica del gruppo Kering, occupandosi dell’imballaggio e la riesportazione internazionale degli articoli di pelletteria, abbigliamento, profumeria, accessori vari dei marchi Gucci, soprattutto, Yves Saint Laurent, Bottega Veneta, Alexander McQueen, Stella McCartney e Balenciaga. Dalle sedi di Bioggio, Stabio e Sant’Antonino, i prodotti dei marchi citati sono imballati e spediti in tutto il mondo ai vari punti vendita.

Il 18 giugno 2014, il maxi centro logistico di Sant’Antonino della Luxury Good International (L.G.I) SA è inaugurato in pompa magna, alla presenza di molti notabili e politici cantonali. Numeri da capogiro per il nuovo centro: 20’000 m2 di superficie, possibilità di rispedire 19 milioni di pezzi all’anno, 2’300 pacchi preparati ogni ora e una capacità di stoccaggio per 2 milioni di pezzi e 150 lavoratrici e lavoratori impiegati.
Se il centro di Sant’Antonino è presentato come uno dei più grandi, moderni ed ecologici centri logistici europei, esso nasconde un’altra caratteristica decisamente meno positiva: in questo sito, come anche a Bioggio, la Luxury Good sperimenta e applica le più moderne forme di precariato, di ultra flessibilità e di ricerca della massima produttività. In altre parole, dietro la logistica del lusso si cela un mondo del lavoro imperniato sullo sfruttamento più duro. Il tutto gestito grazie a un controllo “poliziesco” delle maestranze impiegate. Un vero moderno campo di lavoro…

Salari tutt’altro che lussuosi per orari su chiamata…

Alla Luxury Good, in qualsiasi dei tre stabilimenti produttivi, il principio è che la stragrande maggioranza del personale fisso sia assunto per un grado d’impiego del 70%. I salari possono variare tra i 2’700 e i 2’300 lordi per 13 mensilità. La tendenza, però, schiaccia i salari piuttosto verso i 2’300 franchi lordi (cfr. doc 1). Con salari da fame di questo genere, non deve sorprendere se i frontalieri rappresentano il 90% (se non il 95%) della forza lavoro mobilitata. Ancora una volta non possiamo risparmiarci dal rilevare come sono i padroni delle imprese a comprimere verso il basso i salari e non i frontalieri.
Qualcuno potrà dire che si tratta di un salario da fame ma almeno i lavoratori possono godere di un giorno e mezzo di libero, magari finendo di lavorare il giovedì a mezzogiorno. Oppure iniziare il martedì a mezzogiorno. Troppo bello e troppo facile. Nel contratto di assunzione figura che il 70% è spalmato «secondo il piano di lavoro stabilito dalla Direzione». Nel “regime Luxury Good” ciò significa una sola cosa: massima flessibilità e disponibilità. Esageriamo? No. La società si permette di comunicare, via sms, entro le 21.00 di sera se il giorno successivo l’operaio dovrà lavorare, come anche l’orario d’inizio e la sede (una delle tre). Le fotografie degli sms spediti (doc. 2) a un operaio dimostrano come questa pratica sia reale, ripetitiva e, dunque, sistematica. Prassi confermata da tutti i lavoratori con i quali abbiamo potuto discutere. Non siete ancora convinti? Sono nostre esagerazioni? Nel regolamento stipulato dalla Luxury Good Logistics (L.G.L) e l’agenzia interinale WS Work Services è detto esplicitamente che «giornalmente gli orari lavorativi potranno subire delle modifiche secondo i piani lavorativi stabiliti da LGL. Ogni sera, entro le 21, riceverete un SMS sul vostro cellulare con gli orari d’ingresso; in caso di problemi a recarsi al lavoro rispondere solo via messaggio, sarete contattati da un consulente in caso di comunicazioni importanti. Disponibilità e massima flessibilità per tutte le sedi di Stabio, Novazzano, Bioggio, Agno, Balerna, Vedeggio, San Martino e in futuro S. Antonino» (cfr. doc 3). Ad aggravare il tutto, l’azienda ha fissato ben 11 tipi di orario per il lavoro in azienda! Sono le 20.30 di sera. Domani lavoro? A che ora inizio? Alle 6.00 (orario 1), alle 6.30 (orario 2), alle 7.00 (orario 3), alle 8.00 (orario 4), alle 9.00 (orario 5), alle 10.00 (arario 6), alle 11.00 (orario 7), alle 12.00 (orario 8), alle 13.00 (orario 9), alle 14.00 (orario 10), alle 15.00 (orario 11). Per gli orari di fine lavoro, vi rimandiamo al documento 4, pubblicato qui a lato… Questo è il dopo-lavoro realistico di molti impiegati del gruppo Luxury Good. A queste condizioni, è facilmente comprensibile come la maggioranza della forza lavoro usata dal gruppo Luxury Good sia giovane, senza incombenze famigliari. In maniera più generale, la regola è che il personale sia a totale disposizione del gruppo, senza concessioni per la vita privata e famigliare. Questo è il concetto di lavoro moderno secondo il settore del lusso.. in barba anche alla debole Legge sul lavoro (LL) e delle sue ordinanze. Infatti, l’art. 69 dell’Ordinanza 1, capoverso 1, della LL recita che «i lavoratori vanno chiamati a partecipare alla pianificazione degli orari di lavoro determinanti nell’azienda, quali gli orari usuali degli impieghi, il servizio di picchetto, i piani degli impieghi, gli orari di lavoro autorizzati e le relative modifiche. I lavoratori vanno informati il più presto possibile, di regola due settimane prima di un impiego previsto con i nuovi orari di lavoro, sul momento dell’introduzione concreta degli orari di lavoro determinanti». Nel commento a questo articolo, la Segretaria di Stato all’Economia (SECO), notoriamente poco incline a prendere in considerazione interessi e diritti dei lavoratori, afferma che «il termine di 2 settimane deve consentire ai lavoratori di pianificare il proprio tempo in funzione della famiglia, del lavoro e del tempo libero. Senza una ragione imperativa questo termine non può essere accorciato». Come abbiamo visto, la situazione all’interno del gruppo Luxury Good è esattamente all’opposto. O forse no, se consideriamo la ricerca del massimo profitto come “una ragione imperativa”…

C’è chi sta paggio. I lavoratori interinali impiagati dalla Luxury Good…

Se già i lavoratori fissi sono “flessibilizzati” a pieno regime, quelli interinali sono alla completa mercé della direzione del gruppo Luxury Good.
Per prima cosa sottolineiamo un dettaglio che però illustra perfettamente lo spirito soffia negli stabilimenti logistici del gruppo. Nel “regolamento” citato più sopra, Luxury Good esplicita all’agenzia interinale WS Work Services che il «primo giorno [è] considerato di formazione: i dipendenti riceveranno una formazione sulle procedure di sicurezza, badge da restituire alla fine del turno lavorativo e chiavetta per macchina caffè». Decifrando il codice, ciò significa che l’interinale deve lavorare gratuitamente il primo giorno, perché di formazione! Un’altra esagerazione? Nel contratto di lavoro (cfr. doc 5) della WS Work Service si legge infatti che «la prima giornata in azienda è dedicata all’attività formativa e valutativa della candidato/a, la medesima non è retribuita». È evidente che l’agenzia interinale scarica sul lavoratore l’obbligo imposto dal committente, ossia il gruppo Luxury Good, il quale si permette di introdurre anche il lavoro gratuito! Se il candidato/a non si rivela essere all’altezza, è scartato senza neppure essere pagato!
Anche per gli interinali, il grado d’impiego del 100% è una chimera. Anche il 70%. Infatti, sembra essere prassi comune quella di stipulare dei contratti per un grado d’impiego del 30% calcolato su una settimana di 40 ore (cfr. doc 6), per un salario di 19,20 franchi lordi. La finalità di questa tipologia di contratti – grado di occupazione basso – risiede nel disporre a proprio piacimento di una forza lavoro predisposta a seguire in maniera precisa i picchi della produzione, garantendo, invece, un minimo di ore da lavorare quando i bisogni produttivi ridiscendono. Cerchiamo di essere più chiari. Le ore da contratto devono essere, per legge, retribuite, indipendentemente se vi sia lavoro oppure no. Si chiama rischio aziendale. Il gruppo Luxury Good, con i contratti al 30%, riduce fortemente questo rischio, per non dire che lo annulla. Non contenta di assicurare solo 48 ore al mese all’interinale, la società, in alcuni casi, non rispetta neppure tale obbligo legale, impiegando e remunerando il lavoratore in questione, per esempio, per sole 24,8 ore mensili. All’inverso, quando la produzione lo richiede, la società carica il lavoratore con 180 ore di lavoro mensili, pagate normalmente in quanto il lavoro straordinario inizia sopra le 200 ore. Ciò significa massima disponibilità, massima flessibilità e massima redditività. E massimo sfruttamento. Naturalmente, anche per gli interinali valgono le convocazioni via sms spedite la sera per il giorno dopo…
Non soddisfatto, il gruppo Luxury Good ha affinato il sistema per estrarre – sì, proprio come gli agrumi! – dagli interinali il massimo grado di produttività. In certi giorni, la società convoca un numero di interinali, diciamo 50, di cui solo 30 saranno mantenuti in loco. I 50 interinali sono messi al lavoro. Grazie a un sistema di controllo elettronico, la ditta è in misura di calcolare in tempo reale la produttività di ogni interinale, per esempio misurando il numero di pacchi confezionati. Dopo un’ora su un tabellone gigante è stilata la graduatoria della produttività di tutti i 50 interinali. Gli ultimi sono 10 sono rispediti a casa. Dopo un’altra ora di lavoro, ecco un’altra classifica dei 40 interinali rimasti. Gli ultimi 10 sono anch’essi rinviati al proprio domicilio. In questo modo, Luxury Good ha selezionato dal mazzo i “migliori” 30 lavoratori interinali, selezionati in base alle loro capacità produttive. Non crediamo che sia difficile immaginare cosa significhi per gli interinali implicati questo sistema che ricorda i giochi dei gladiatori al Colosseo: dei tanti rimangono solo i migliori, i più deboli essendo stati eliminati. Meno metaforicamente, Luxury Good ha portato all’esasperazione la messa in concorrenza dei lavoratori, nell’obiettivo di ottenere la massima redditività. Non ci sono limiti alla ricerca del tasso di sfruttamento più elevato, condizione per realizzare profitti all’altezza delle aspettative dell’azionariato.

Un campo di lavoro moderno militarizzato…

Per il gruppo Luxury Good, la ricerca del profitto non ha limiti. Neppure una boccetta di profumo o un paio di scarpe deve essere trafugato. Per garantire anche questo aspetto, la società si è dotata di un sistema di controllo militarizzato degno dei regimi più ferrei. Sempre nel più volte citato “regolamento”, è vietato ai lavoratori e alle lavoratrici di portare «gioielli e abbigliamento firmato Gucci o altri brand in gestione». Il gruppo vuole evitare che i lavoratori possano infilarsi dei gioielli o delle scarpe dei marchi gestiti, campando la scusa che si trattino di beni privati, indossati al proprio domicilio. In altre, parole, il gruppo afferma chiaramente di non nutrire un’elevata fiducia nei confronti del suo personale.
Per essere sicuri di ridurre al minimo il rischio di furti, la Luxury Good informa molto carinamente il proprio personale, fisso o a prestito, che «la direzione si riserva, tramite il proprio personale addetto alla sicurezza, di effettuare dei controlli delle persone presenti nel deposito, a campione o generali ed in qualsiasi momento. Se ritenuto necessario dalla direzione, i controlli possono essere effettuati sulle persone, sugli effetti, armadietti personali e autoveicoli, anche attraverso l’ausilio di apparecchiature elettroniche» (cfr. doc 3).
Il “regolamento” si conclude con un invito che pesa quanto una minaccia, indirizzata agli interinali ma supponiamo applicata anche ai fissi, relativa alle assenze: «vi anticipiamo che durante la collaborazione interinale, assenze, senza gravi motivazioni, precludono la continuazione della collaborazione!». Ora, quali sono le “gravi motivazioni” per la Luxury Good? Un’influenza è considerata un’assenza banale? I cambiamenti d’orario annunciati la sera prima che rendono impossibile la collocazione dei figli piccoli è considerata un’assenza banale? Di riflesso, una polmonite costituisce una grave motivazione per assentarsi dal lavoro? A partire da quale grado di parentela un decesso può essere considerata un’assenza per grave motivazione? Non sembrano esserci limiti all’arroganza di chi pensa di disporre a piacimento dell’esistenza delle persone solo perché paga un salario da fame… Non soddisfatta, la società conclude il “regolamento” notificando che «l’azienda richiede una presenza costante e motivata del personale». E cosa ancora?! Vendere anche la propria anima?

Per fortuna che il gruppo Luxury Good ha un’etica…

Ormai è diventata un’abitudine quella dei grandi gruppi di dotarsi di un codice etico aziendale, certificato da società specializzate. Una forma di auto-lavaggio della propria politica aziendale? Ebbene, anche la Luxury Good Logistics SA si è dotata di un codice etico, secondo la Norma SA8000 (cfr. doc 7).
Vediamone alcuni punti. La Norma SA8000 è una normativa «studiata per tutelare i diritti dei Lavoratori ed il clima aziendale su base internazionale». Fra le prescrizioni principali della Norma SA8000 che il gruppo deve applicare c’è l’orario di lavoro, ossia l’azienda deve rispettare «le leggi sull’orario di lavoro, che siano di lavoro normale, supplementare, giornaliero, settimanale e mensile ed i riposi». Quanto scritto in precedenza, lascia molti dubbi circa l’ottemperanza di questa prescrizione che il gruppo ha deciso di imporsi. La normativa prevede anche che «l’azienda deve rispettare non deve utilizzare o sostenere l’utilizzo di punizioni corporali, coercizioni mentali o fisiche e l’abuso verbale». Ora, alcune delle misure contenute nel “regolamento” possono essere considerate delle “coercizioni mentali o fisiche”? La domanda è assolutamente lecita e gli elementi apportati sollevano più di un dubbio lecito al riguardo. Per noi, un’etica aziendale minima, soprattutto per una società di un gruppo (Kering) che fattura 9,750 miliardi di euro (2013) e realizza un margine operativo lordo di 2,046 miliardi di euro (2013), deve implicare il diritto di un dipendente ad avere un lavoro fisso, con orari chiari e con condizioni salariali degne. Rispettare il divieto di non usare lavoro infantile è sicuramente importante quando un’azienda è situata in Pakistan, mentre è assolutamente insufficiente per legittimare una propria etica quando la ditta è situata a Sant’Antonino…

I soldi sono soldi. Il resto non conta

Quanto descritto è sicuramente il lato (molto) meno brillante del lusso tratto dal gruppo Luxury Good in Ticino. Le condizioni di lavoro di decine di persone non contano. Come non conta la sofferenza occasionata a queste lavoratrici e lavoratori. L’importante è attirare questi grandi gruppi e intascare il gettito fiscale derivante dal loro insediamento. A questo proposito, si è sbandierato ai quattro venti come il gruppo Luxury Good sia il maggior contribuente ticinese, con circa 50 milioni di franchi versati tra comuni, cantone e Confederazione. Che cifra! Peccato che senza gli sgravi permessi dal sistema fiscale elvetico (grazie allo statuto di “società principale”), il gruppo Luxury Good avrebbe pagato almeno il doppio. Oggi questa multinazionale del lusso paga proporzionalmente meno tassi dei suoi stessi lavoratori sottopagati. Ma sono considerazioni marginali, superficiali e ideologiche. L’importante è intascare soldi. Come lo spiega il sindaco di Sant’Antonino e futuro candidato al Consiglio di Stato per il Partito liberale radicale ticinese (PLR), l’onorevole Christian Vitta: «Questo è un centro pulsante di scambi di ogni genere, rivolti a una clientela importante, che può spendere. Molti vantaggi però vanno a chi non abita nel nostro Comune e nemmeno nel Cantone, ma mi rendo conto dei vantaggi fiscali che questa realtà comporta» (Ticinoline, 18.06.2014). Continuiamo pure a portare soggetti economici grazie alla possibilità di imporre bassi salari e condizioni indegne, soggetti che creano un basso valore aggiunto ma un elevato carico sociale e ambientale. Al signor Mordasini e all’AITI – della quale Luxury Good International SA è membro dal 1999 – chiediamo una piccola valutazione della situazione. Sempre che il caso da noi denunciato non sia “vecchio e già conosciuto”… la risposta da loro preferita per liquidare i casi da noi presentanti, naturalmente senza mai entrare nel merito del problema: com’è possibile tollerare condizioni di lavoro di questo genere?

 

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